La lettera di Chiara

«Mi chiamo Chiara e sono stata licenziata perché sono rimasta incinta»

 

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Mi chiamo Chiara, ho poco più di trent’anni e sono stata licenziata perché sono rimasta incinta. Mi è stato proposto di filmare la mia testimonianza, ma non ho potuto accettare perché ci sarebbero delle ripercussioni e sarei stata bollata definitivamente come un caso sociale; questo capita in Ticino a chi vive la mia situazione e finisce in assistenza. Ho pensato che fosse comunque importante scrivervi questa lettera e raccontavi la mia vicenda.

Avevo un posto di lavoro precario, pagato male, pianificato a ore che però esigeva molta disponibilità e flessibilità. Un lavoro con cui non ricavavo nemmeno un salario sufficiente per vivere senza gli aiuti sociali, perché le ore di lavoro non erano abbastanza. Un lavoro a cui mi sono aggrappata perché era l’unico che sono riuscita a trovare dopo più programmi di formazione e stages al termine dei quali non sono mai stata assunta malgrado mille promesse; ma che dopo di me, sono stati occupati da altri stagisti. E poi, dopo di loro, da altri ancora.
Mi dicevo che con impegno, caparbietà e disponibilità, la mia situazione sarebbe migliorata; che avrei ottenuto più ore e guadagnato un po’ di più anche perché degli aspetti di quel lavoro, come il contatto con la gente, mi piacevano. Quel lavoro mi permetteva di restare attiva, di avere dei contatti professionali, di pensare che domani sarebbe stato migliore se – come stavo facendo – avrei continuato a dare il meglio di me stessa. Mi sono laureata con la convinzione che gli studi mi avrebbero permesso di ottenere un posto di lavoro perlomeno decente, di mantenermi con le mie forze e di poter dare una mano a mia mamma, con cui sono tornata a vivere da quando sono rientrata in Ticino e che da anni è in invalidità.

Avevo questo lavoro. Poi sono rimasta incinta. Non vivevo col mio ragazzo, con cui stavo da tre anni, perché non guadagnavo abbastanza: pur lavorando, a causa del mio misero salario, ricevevo degli aiuti sociali e sarei stata costretta a dipendere da lui. E anche per la sua situazione, essere obbligato a prendersi carico di me, sarebbe stato complicato; sarebbe stato un peso.

Quando gli ho annunciato che ero rimasta incinta, l’ha presa molto male. Mi ha detto che era la peggiore notizia della sua vita, ha avuto paura, voleva che abortissi ed è sparito. Non immaginavo che mi chiedesse di sposarlo, ma nemmeno che potesse reagire così. Io non ho avuto la minima intenzione di rinunciare alla gravidanza e malgrado la sua reazione, non ho cambiato idea. È da anni che sogno di diventare mamma e ho già più di trent’anni: se non lo divento adesso, quando?
Il tempo passa a una velocità impressionante e lasciandolo passare, alla mia età, si corre il rischio di non potere più avere figli. Il diritto di diventare mamma sta forse diventando un privilegio solo per alcune donne? Pongo la domanda. Certo, la reazione del mio ragazzo mi ha fatto molto male, ma io avevo già deciso. E se penso che presto diventerò mamma, anche se vivo tutto questo, mi sento felice.

Malgrado la situazione, ho continuato a lavorare impegnandomi al massimo per ottenere più ore e cercare di migliorare il mio salario. La gravidanza si è notata molto presto. Allora ho informato onestamente il mio datore di lavoro. Mi sentivo in forma, con energia. In apparenza la notizia non è stata accolta male, ma poi le ore pianificate sono diminuite drasticamente finché mi è stato detto che non avrei più avuto lavoro e sono stata lasciata a casa. Ma io potevo lavorare perfettamente! Non ho mai lontanamente messo in discussione le ore di lavoro, anzi. Anche se poche, in tarda serata; anche se a notte inoltrata. Anche se pagate male.

Ero già stata in disoccupazione, avevo fatto stages e programmi occupazionali. Perso il lavoro, non avevo più diritto alle indennità della disoccupazione: sono stata costretta a chiedere l’assistenza sociale. E non mi si dica che in assistenza ci finiscono solo stranieri, migranti o naturalizzati perché questa è una situazione che vivono anche svizzeri figli di svizzeri, come me. In più il colore del passaporto, non cambia la situazione.

Trovare lavoro in Ticino, anche se con una formazione e un diploma, è difficilissimo, affaticante. Si trovano stages non pagati o che se sono pagati non permettono nemmeno di arrivare alla metà del mese, figuriamoci alla fine. Durante gli studi, ho sempre avuto dei lavori che con le borse di studio mi permettevano di mantenermi. Eppure, per più posti di lavoro a cui mi sono candidata sono state assunte persone senza nessuna esperienza lavorativa, ma che hanno un cognome più importante del mio. Anche se non si trova lavoro, bisogna pagare premi di cassa malati e affitti carissimi, fare la spesa, pagare le fatture perché bisogna pur vivere, o cercare di sopravvivere.

La mia situazione riguarda anche tante altre persone: per questo vi chiedo di agire per cambiare le cose. Perché c’è grande urgenza e attorno a noi ci sono tante persone che oggi, il 20 gennaio, da più giorni non sanno più come fare per arrivare alla fine del mese.

Bisogna assolutamente fare qualcosa per la parità salariale tra uomini e donne, perché noi donne abbiamo salari nettamente inferiori per la stessa mansione e delle condizioni di lavoro peggiori, molto più precarie: lavori a ore, che esigono tantissima disponibilità, pagati malissimo. Vi chiedo anche di fare qualcosa per permettere ai giovani di avere la possibilità di entrare nel mondo del lavoro; il mondo del lavoro vero, non quello fatto di uno stage dopo l’altro senza che ci siano prospettive e che costringono a vivere per anni nella precarietà. È importante anche fare in modo che i criteri più importanti per l’assunzione siano il merito, le capacità, la formazione; non le raccomandazioni perché la realtà è che in Ticino per i posti di lavoro più interessanti regna il nepotismo.
E poi bisogna assolutamente fare qualcosa anche per ridurre i premi cassa malati e il costo degli affitti perché sono troppo alti e molti salari non permettono nemmeno di pagarli senza contare la spesa, le fatture, il minimo per vivere. Sono queste le cose che mi sento di chiedere al PS, per le quali, oltre a me, siamo in tanti ad attendere delle risposte concrete che però sembrano non arrivare mai.

Grazie per aver letto questa mia lettera.
Con i migliori saluti,

Chiara